All'età di 89 anni è morto a Ferrara Giovan Battista Fabbri. Nato a San Pietro in Casale l'8 marzo 1926, Fabbri ha legato il suo nome soprattutto alla stagione d'oro del Vicenza. Dopo l'esperienza nel 1974 con il Piacenza, venne ingaggiato dal presidente del Lanerossi Giuseppe Farina e in Veneto ottenne il rilancio personale, potendo contare anche su un giovane Paolo Rossi. Proprio a Fabbri è attribuita l'intuizione di avere spostato il futuro "Pablito" dal ruolo di ala destra a quello di centravanti a causa della contingente mancanza di un bomber in squadra. Con il Vicenza conquistò nell'arco di due anni una promozione in Serie A e quindi nel 1977-1978 uno storico secondo posto nella massima serie alle spalle della Juventus. Al termine di quella stagione Fabbri vinse il prestigioso riconoscimento del Seminatore d'Oro come migliore allenatore italiano dell'anno. Fu uno dei primi predicatori del calcio totale tanto che amava ripetere: "Il primo attaccante deve essere il portiere". Ha giocato e allenato in 48 campionati ufficiali, dal 1945 al 1993. La sua attività di allenatore è continuata fino al 1999 con il Club Italia, la squadra federale dei Campioni del Mondo del 1982, per un totale di 57 anni di attività.


LA REAZIONE — "G.B. Fabbri era un grande. È stata una persona fondamentale per la mia carriera, e per me era come un padre, sotto tutti i punti di vista. Gli volevo bene". Paolo Rossi ricorda così il tecnico che lo trasformò in goleador al Vicenza. "Fabbri è stato quello che mi ha scoperto dal punto di vista tecnico cambiandomi ruolo e vedendo in me qualcosa di diverso, e doti che altri non avevano visto. Fu lui che mi trasformò da ala in centravanti, e i fatti gli diedero ragione. Al Vicenza fu un precursore. Erano gli anni in cui si parlava di calcio totale, e lui ci faceva giocare in quel modo". Ma Rossi tiene a ricordare anche il Fabbri uomo. "Era una persona squisita - dice - e ricordo che a Vicenza mi aiutò in tutto e per tutto. A volte mi invitava a mangiare a casa sua, e ci siamo frequentati anche quando ho smesso di giocare. Il nostro era un rapporto quasi come tra padre e figlio e tra noi c'era un affetto forte".
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